Penso positivo

Penso che il bicchiere non è mezzo vuoto.

Penso che domani non è oggi, che il sole sorge sempre.

Penso che anche se gli alberi d inverno sono tristi, con l arrivo della primavera fioriscono.

Penso che Ligabue sia un grande perchè alla fine della frase “chi si accontenta gode” ha detto anche “cosi cosi”.

Penso che se non sei un atleta, ma ti piace correre, allora puoi partecipare ad un maratona.

Penso che la solitudine non esista, perchè dividono l’affitto il nostro corpo e la nostra mente.

Penso che se non è vero che “se vuoi puoi” allora è vero che “se vuoi puoi provarci”

Il gioco del perchè

Da piccola mi piaceva tanto fare il gioco del perchè col mio papà:

“papà perchè di giorno c’è il sole?”

“perchè di notte c è la luna” mi rispondeva.

E io ancora ” e perchè c è la luna?”

E lui paziente “perchè la terra gira” e io chiedevo sempre ” perchè?”

Poteva durare ore, ma il mio papà aveva sempre la risposta pronta ad ogni mio singolo perchè, e finchè non mi stufavo, il gioco non poteva finire. Gli anni passavano, le domande complicavano, e la linea della mia pazienza si allungava, ma il gioco era sempre lo stesso.

Gli chiedevo “perchè non posso fare tardi la sera?” “Perchè è pericoloso” ” e perchè?” .

Un giorno però gli ho fatto una domanda forse diversa, gli ho chiesto ” perchè il mondo è cosi ingiusto a volte?” Mi ha guardato negli occhi e senza ripetere l’appellativo perchè, mi ha detto “ti sei fatta grande” e cosi io non ho più potuto chiedergli perchè.

I colori non fanno la felicità

Mi chiedo sempre perche la sua casa era interamente bianca. Mobili bianchi, tende bianche, muri bianchi, parquet chiaro. Il bianco non esprime nulla. È un colore come il caffè senza zucchero o le patatine senza sale. È insipido. È uno di quei colori che, quando lo guardi, non ti parla. Allora perchè qualche persona deciderebbe di contornarsi di bianco? Forse perchè il bianco è un colore che può mutare. Un giorno ti puoi svegliare e colorare tutta la casa di verde o magari di rosso chi sa. Forse, era tutto bianco perché non era ancora pronto a dare un tono alla sua vita. Voleva ancora che la luce penetrasse riflettendosi ovunque creando splendore. Forse perché la luce rende la vista perfetta, chiara, ma anche piena, larga fino all orizzonte.Forse è vero che i colori non fanno sempre la felicità ..

#JeNeSuisPasUnVirus

Non tutti, ma parecchi di quelli che mi conoscono, sanno che ho i capelli ricci e li piastro tutte le settimane andando dal parrucchiere.

Non giudicatemi, la mia non è pigrizia ma io ho davvero troppi capelli e il trade-off tra impiegare svariate ore a lavarli a casa ed utilizzare risorse andando dal parrucchiere, mi ha portato a perseguire negli anni la seconda opzione.

Non pensiate che io appartenga ad un alto rango e che disponga di svariate risorse. Ero e sono ancora una di quelle mantenute che ricevono “la paghetta” dai propri genitori. Per cui, per mantenere questo trade-off in piedi e a prova di sostegni, da anni frequento parrucchieri cinesi.

Queste boutique di macchine da lavoro, che prestando molta attenzione alla quantità (e non molto alla qualità), hanno saputo ricoprire quella fetta di mercato a cui interessa pagare prezzi molto modesti, in un mercato in cui puoi essere facilmente spennato vivo.

Ebbene sì, senza perderci troppo in chiacchiere (come la loro filosofia vorrebbe), io ricado in questo target di consumatori e ad oggi vanto una grande esperienza di questo settore.

Per cui oggi, venerdì, come da routine sono andata nel mio cinese di fiducia della città che frequento attualmente e sono stata sorpresa immediatamente da due cose.

La prima: era inspiegabilmente vuoto e tutte quelle macchine di lavoro dagli occhi a mandorla erano per la prima volta ai miei occhi ferme a riposarsi.

La seconda: la proprietaria (o almeno credo, perché tra loro parlano sempre cinese e non ne avrò mai la certezza) indossava una mascherina, di quelle che proteggono dai batteri.

Qui il mio cervello ha sommato due con due e ha fatto i conti.

Qualcuno di voi arrivato a questa riga mi avrà già dato della “poco sveglia”, sicura che alla mia prima osservazione gli sia già venuto in mente lui: il Coronavirus. Altri avranno pure già pensato che sia una sprovveduta e probabilmente non mi chiameranno per uscire nei prossimi 40 giorni.  Io scema che sono, invece, mi sono recata nella tana del lupo, senza minimo sentore ed ho quasi provato tristezza nel vedere il mio business di fiducia andare in magra.

Tuttavia, la cosa che più mi ha stupito dopo le opportune considerazioni al riguardo, è stata la seconda cosa a cui ho assistito. La proprietaria cinese, non curante delle possibili reazioni della clientela, indossava una mascherina. Per lei non si trattava di questioni di razza. La salute (che fosse bianca, nera o con gli occhi a mandorla) era in pericolo e per nulla al mondo avrebbe rischiato contagi a km di distanza.

Questo paradosso mi fa riflettere. Negli ultimi giorni dell’allarmismo Coronavirus se ne è fatta una questione razziale. Per me se ne deve fare una di materia grigia.

Ho a cuore i principi sani e anche le cause perse, ma se di ogni fatto e atto se ne deve fare un #JeNeSuisPasUnVirus allora ha ragione Panariello quando dice che un comico oggi ha vita difficile perché non si ha più materia prima su cui scherzare o Amadeus che farà “un passo in dietro” quando gli offriranno di condurre nuovamente il festival di Sanremo.

Unire i puntini

Oggi ho cancellato un pezzo di esperienze dal mio cv.

Ho deciso di farlo perché si trattava di un’attività che non è in linea con il tipo di percorso di lavoro che vorrei intraprendere. Così per non confondere le idee e squietare gli animi dei Recruiter, ho deciso di eliminare quelle tre righe di cv.

“Che sarà mai?”: ho pensato.

Eppure non avevo fatto i conti con lei, che torna sempre a trovarmi. Nel pomeriggio, la mia amata coscienza si è guardata allo specchio e mi ha ricordato che quelle non sono tre righe di parole disposte in un documento word. Quelli sono stati tre mesi di vita in cui ho preso la metro in piedi accompagnata dal caldo di Roma per tutte le mattine estive. Sono stati dei mesi in cui ho avuto a che fare i mezzi non funzionanti e ho imparato a combatterli con un libro in una mano e l’altra appesa ai manubri per non cadere. È stato il momento in cui per la prima volta ho dovuto scegliere se fare le ore piccole del mattino assieme ai miei amici o conservare del sonno per il giorno lavorativo seguente. In quelle tre righe di word, ho anche imparato a trattare di matrimoni, prime pappette e argomenti su cui non avevo nemmeno mai pensato di avere un’opinione.

Infondo adesso che ci penso, aver cancellato quello spazio da un unico pezzo di carta che dovrebbe raccontare una linea di me, significa aver eliminato un bagaglio di cose che ho imparato. Ecco perché la prima cosa che farò oggi tornata a casa, sarà quella di incollare nuovamente quelle parole in fila.

Per quanto io ami la struttura e i passaggi logici, la vita non è fatta di linee rette. Niente porta a niente, ma qualcosa può portare a tutto. Come dice Steve Jobs, prima o poi arriverà il momento di unire i puntini e anche se per adesso non posso raccontare di come la mia figura di vita si sia modellata unendoli, posso raccontare almeno dei puntini che continuo a spargere su un foglio bianco.

Caro Camilleri

Caro Camilleri,
non avevo mai avuto il piacere di incontrarla perché non amante di gialli e vittima della pigrizia a comprensioni di dialetti che non sono il mio (napoletano).

Qualche giorno fa mi sono imbattuta (nel vero senso del termine) in suo piccolo libricino. Una sorta di autobiografia: i racconti di Nenè. Intendo imbattuta, perché infiltrata oramai da qualche anno nel mondo dell’isola dalle tre punte, per merito di una coinquilina siciliana, mi sono ritrovata a togliere la polvere da un suo libro (giunto il mio turno settimanale di pulizie). Ad esserne sincera, me ne ha attirato la copertina. Blu notte e non il blu dei Mondadori tascabili. Ho sfogliato la prima pagina e di parole dialettali non ce ne era ombra. Così, accompagnata anche dalla rassicurazione del peso leggero, ho deciso di leggerlo. Non mi giudichi, sono una grande lettrice, ma durante la sessione di esami anche solo leggere i sottotitoli dei giornali, può sembrare faticoso.

È stata una delle scelte peggiori che io abbia mai fatto. La rassicuro: le scelte brutte sono sempre quelle che portano a cose difficili. Il mio non è un commento offensivo.
Sono inceppata in una crisi esistenziale. Nelle prime pagine, la storia dell’infanzia più tenera, gli amici delle elementari, le prime passioni. Ma poi l’incontro ignaro con Luigi Pirandello (mio grande ispiratore), la lettera a Mussolini e poi il forte impulso per una nuova idea politica, il provino alla D’Amico con Gassman quasi per hobby, una commedia scritta già nel cassetto. Con gli eventi di meraviglia mi fermo qui, perché dopo ce ne sono davvero tanti altri, ma anche perché questo è un punto molto importante per me. Gli eventi raccontati finiscono su per giù nell’anno, anno in cui lei aveva ventidue anni.. Ventidue non a caso, è anche il numero della mia età.

Forse le sembrerà banale o anche patetico, ma a quel punto del libro ho cominciato a pensare “E io? Io cosa ci dovrei scrivere in una ipotetica futura autobiografia fino alla pagina in cui compio 23 anni?”. Non si offenda, quando ho cominciato a leggere il libro di certo non mi aspettavo di trovare cose come “bocciato in quinta superiore” o “impegnato in attività ludiche da bar notte e giorno”. Ero preparata a lodi, eventi di eccellenza e imprese ammirevoli, ma non così tante già prima di quella età. Insomma, lei mi ha fatto capire che forse io già non ho più speranza e sono solo all’età di ventidue anni! Adesso potrebbe citare soggetti le cui grandi gesta sono cominciate in tarda età. Giulio Cesare, Paul Cezanne e J.K. Rowling per esempio. Così forse dovrebbe rassicurarmi, eppure mi sento ancora una nullità. Forse è vero che per giudicare una scalata (scusi la metafora banale), occorre ammirarla dalla vetta. Forse ho già fatto grandi gesta e non me ne rendo conto. Forse devo aspettare. Infondo anche lei ha pubblicato il suo primo romanzo a carriera da sceneggiatore ormai inoltrata. Di certo a ventidue anni, non se lo immaginava. E invece a volte penso di no, che forse è ora di riempire le righe della mia autobiografia e concretizzare le parole nel cassetto.
Allora adesso una cosa mi è venuta in mente, così anche io avrò qualche riga da raccontare.
Le scrivo questa lettera, come lei ne scrisse una a Mussolini, sperando che il servizio postale non ne faccia beffa anche a me. Almeno, in questo modo, mi sono assicurata un paragrafetto nella mia futura autobiografia.

Simona

Quando meno te lo aspetti

Caro fiorellino,

ho aspettato che piovesse tutto l’inverno. Mi sono accovacciata vicino all’unica finestra della mia stanza,avvolta da una coperta calda, ho raccolto le gambe tra le braccia e ho aspettato il mondo in tempesta. È stato inutile. Ogni tanto il cielo si confondeva di grigio e qualche spiffero di vento si intrufolava nei vecchi infissi della finestra. Però le strade non si rinfrescavano mai e voi fiori siete rimasti di un colore arido. Sono stata tutto l’inverno ad aspettare. Guardavo il cielo continuamente, convinta di poter essere in grado di riuscire a riconoscere la prima goccia di pioggia in tutto quell’azzurro. Eppure nulla accadeva. Poi ho cominciato a mettere via la coperta, a chiudere gli occhi per il troppo sole. Non c’era più tempo di guardare la finestra, oramai aperta per il troppo caldo. L’estate era arrivata in un attimo. Non era più il tempo di stare in casa. Mare, spiaggia, caldo tenevano lontano la mania degli occhi alzati al cielo. Poi, un giorno, mentre stavo sorseggiando limonata e leggendo le ultime pagine del mio libro, oramai macchiato di sale, ho avvertito una sensazione fresca sulla spalla. Ho continuato a leggere convinta che fosse l’ennesima goccia di mare. Ma all’improvviso la luce è calata, le pagine del mio libro alzate dal vento e le strade sbollentate. All’improvviso era arrivato un temporale, quando avevo smesso di aspettare.

I cosi verdi e puzzolenti

Ero appena uscita da scuola e camminavo sulla strada di casa, come sempre con Marco. Camminavo per modo di dire, quella strada era più che altro una pista da corsa. Ci rincorrevamo, strattonando gli zaini l’uno con quello dell’altra per arrivare primi al traguardo. Le tappe erano il semaforo accanto alla casa rossa, la panchina blu e poi il negozio della signora Pina. Da lì le nostre strade si dividevano perché lui abitava dall’altra parte della strada. Quel giorno, stranamente, fui io a vincere l’ultima corsa, ma solo perché Marco era inciampato nei suoi lacci di scarpe. Non li teneva legati mai! Così mentre lo aspettavo mi misi ad ammirare la vetrina del negozio della signora Pina. Dio quante cose buone che c’erano: la brioche, la pizzetta rossa, la focaccia e.. oddio no, perfino il crostone al prosciutto! E in men che non si dica ero già dentro a commettere il peccato che Eva effettuò con una mela. Sapevo che se fossi tornata a casa ancora una volta senza appetito, la mamma mi avrebbe uccisa, ma al crostone proprio non sapevo resistere. Uscii felice e con lo stomaco soddisfatto dalla panetteria, salutai Marco e mi diressi a casa. Prima di bussare al campanello, strofinai per bene la manica sulle labbra, non sarebbero state delle molliche di pane ad incriminarmi. Quando mamma mi aprii la porta, mi accolse come al solito con un bacio sulla guancia e mi disse “corri a lavare le mani, oggi giorno fortunato: ho fatto gli spinaci!”. E qui ebbi le prime fitte allo stomaco per i sensi di colpa, o forse per la fine digestione. Perché proprio oggi quei cosi verdi e puzzolenti? Se avessi lasciato anche solo una foglia, lei si sarebbe appellata ad un possibile pit-stop al panificio e io sarei caduta in un batter d’occhio. Mi andai a lavare le mani e poi mi sedetti a tavola ripetendomi “ce la farai”. Ovviamente però appena il fumo degli spinaci bollenti mi inondo le radici, il sapore del crostone quasi mi ritornò in gola. Ero finita, dovevo improvvisare qualcosa e anche in fretta. Così mi appellai a lui, il supereroe del momento. Infondo gli avrei fatto un piacere, Braccio di Ferro avrebbe sicuramente apprezzato. Lo invocai stringendo le tempie il più possibile e focalizzando il mio sguardo sui cosi verdi e puzzolenti. E ad un tratto mi sentii tirare la gamba sotto il tavolo. Era arrivato. “Allora, sono pronto” sussurrò. E io che non potevo farmi vedere dalla mamma, feci spuntare un pollice al in su sotto il tavolo con la mano sinistra. Così quando la mamma si distrasse nel vedere una notizia del telegiornale alla tv che tenevamo accesa, porsi la forchetta verso la bocca di Braccio di Ferro e come le mamme fanno con i neonati, lo imboccai fino a quando il fondo del mio piatto non ritornò bianco. Con la bocca continuavo a fare il gesto di masticare e a fine pasto dissi “davvero buoni stavolta mamma”. Sorpresa da quel insolito apprezzamento, fiera la mamma me ne riempì nuovamente il piatto. Che stupida che ero stata! Per fortuna braccio di ferro era ancora lì, e ripetei il processo da capo. Già verso l’ultimo boccone di spinaci, notai che i gli occhi di braccio di ferro avevano assunto un colore rosso e una forma insueta. Non mi preoccupai, gli diedi l’ultima forchettata e lo salutai ringraziandolo, sempre in silenzio. Lui ricambiò, e si girò per andar via. Ad un tratto io e la mamma sentimmo il pavimento tremare. Smise. Poi ritremò e ancora e ancora. Di improvviso il tavolo si spaccò e la testa di braccio di ferro spuntò in mezzo al tavolo. L’avevo mandato in overdose di spinaci! La mamma diventò viola: aveva capito tutto!

Ricci Capricci

Abbiamo avuto una storia lunga e travagliata, mista di odio, amore, gioia e chi ne ha più ne metta. Fin dalla tenera età abbiamo sofferto insieme. La condivisione di questa stregua, che anche lei poteva a quell’età riuscire a ricordare, nasce nei rituali del giovedì e martedì, i giorni dello shampoo di casa Amaretti. Il giorno dello shampoo, meglio conosciuto come quello di pianti e urla, non era né per l’uno né per l’altra un evento di cui gioire. Il rituale era in parte anche piacevole, ma la parte dolorosa eliminava anche gli effetti più deliziosi. Esso si componeva di un bagno d’acqua piacevolmente calda, shampoo e balsamo profumati e poi dell’uso dell’arnese più micidiale mai visto: la spazzola. Purtroppo noi siamo nati rotondeggianti e ben affusolati e con una grande capacità di annodarci. Non pensate che quest’ultima sia una cosa di cui andiamo fieri, che vittime delle intemperie, soprattutto il vento, finiamo soffocati l’uno sul altro senza riuscire a liberarci. Dopo il piacevole bagno, ci veniva infilata questa cosa con gli artigli volta a separarci. Venivamo separati, spezzati e pressati per un buon quarto d’ora. Quelli di noi più giovani, attaccati al cuoio, provocavano dolore anche per lei, e lì per ogni riccio era un capriccio. Cominciava ad emettere urla e continui strilli che peggioravano sempre più l’atmosfera.
Tutto ciò è andato avanti per parecchi anni. Fin qui eravamo ancora uniti, soprattutto da questo momento condiviso di sopportazione. Poi è arrivata l’adolescenza ed una relazione di odio si è innescata tra di noi. Abbiamo dovuto assistere a lamenti e conversazioni varie in cui venivamo definiti con termini poco cortesi e dispregiativi: stupidi capelli ricci, paglia crespa, cespugli. Per non parlare poi dei lamenti adolescenziali in cui noi non c’entravamo nulla: <> <> ah.. certe volte avremmo voluto davvero risponderle!! Quando ci soffocava in quel elastico non eravamo mica contenti noi! E non vi dico di quando cercava di metterci quella cosa bianca e appiccicosa che ci pietrificava per giorni.
Dopo qualche anno, è arrivato poi quel giorno. Tutti noi ancora lo ricordiamo. Non sapevamo a cosa stavamo andando incontro. Stavolta fummo maneggiati e palpeggiati da persone sconosciute. Dopo il solito rito di risciacquo e pettinata, fummo asciugati con un arnese dalla forma assai strana, sottile e allungata. Mio dio che bruciore! Quella cosa ci ridusse in così piatti e sottili, seccando l’ultima parte di noi. Lei però a quanto pare era assai felice. <>
Da quel giorno ce ne siamo andati in giro come degli svergognati, in una forma che non ci appartiene. Certo però non venivamo più soppressi in code alte, basse e stupide treccine. Delle volte, venivamo pure accarezzati e coccolati. E poi ce l’abbiamo avuta vinta pure noi qualche volta. Questo accadeva quando il nostro prima tanto odiato tempo atmosferico che ci ingarbugliava, ci bagnava e rigonfiava, facendoci riprendere per qualche tempo le nostre origini. Erano giorni belli quelli, perché lei se ne stava lì a imprecare che i capelli le si erano rovinati! Se mai poi, le erano ritornati belli.
Credevamo oramai da anni, che non ci fosse nulla da fare. Ci sottoponevamo a quella routine senza ribellione alcuna. Non ne valeva la pena il dispetto di affusolarci, se poi non venivamo accettati.
Un giorno, durante una calda estate, siamo andati al mare. Lei asfissiata dal caldo si è immersa nell’acqua gelida. La riconosciamo bene quell’acqua marina che ci fa salire la pressione. Ma perché così tanto sale? In quelle occasioni venivamo lasciati liberi, anche se solo per questioni tecniche. Ad un certo punto, ce ne stavamo lì impregnati di sabbia e sale, a cuocerci dal sole, quando un giovane si avvicinò. Che vergogna! Eravamo in uno stato pietoso, ricoperti di granelli e senza nemmeno una passata di spazzola. Una conversazione purtroppo cominciò e ad un certo punto fummo interpellati: <>. Lei arrossì. Ghignò qualcosa. Poi cominciò ad arrotolarci sulla punta delle dita e a vantarci. <>. Che bugiarda, adesso siamo bellissimi? Ripudiati per anni e adesso strumento di flirt per un paio di occhi azzurri.
Che poi quegli occhi azzurri li dobbiamo ringraziare, perché da quando ci hanno messo lo sguardo addosso il nostro sodalizio è tornato. Da quel giorno le sue mani sono sempre in festa dentro di noi e ci viene concesso di scivolare in forma serpentesca sulla fronte e sul collo. Finalmente viviamo in felicità senza più capricci.

Questione di prospettive

Quando all’improvviso giri la testa e capisci che quella cartolina la stavi vedendo al contrario. Che al posto di quello che pensavi fosse un orrendo edificio azzurro a macchie bianche, c’era ,in realtà, un magnifico cielo di metà settembre. Che quelle orrende montagne scure sul fondo, erano enormi distese di sabbia cotte dal sole. Che anche se non si vedeva, in quella foto c’era il sole.
E cosi la stessa cartolina da orribile, diventa quella che compreresti.
Questione di prospettive.

I tempi morti

Li chiamano i tempi morti.

Le attese dai dottori, i viaggi in treno, le pause tra una lezione e l’altra, i ritardi alle stazioni metro.

Il mondo si adopera ogni giorno per annientarli. Dice di farlo per migliorare l’efficienza della vita. E così le lancette che non camminano al ritmo del corpo, sono perseguitate da tutti. Eppure, è in quei tempi morti che riesco a riflettere e apprezzare le mie giornate. Siamo umani. Ricavarci del tempo per passarlo solo con la nostra mente a piedi fermi, ci è difficile. È un’azione catalogata nell’inutile.

La nostra madre natura però, non ci ha abbandonato. Ha creato i tram non persi per un secondo, le sale d’attesa dei medici e viaggi lunghi in treno, per farci vivere degli attimi intensi, ai quali non possiamo facilmente sottrarci.

Le riviste, i videogames sui cellulari e quant’altro, potrebbero sembrare un’arma nucleare contro quei tempi. Eppure i giornali prima o poi finiscono, i cellulari si spengono e la nostra mente finalmente si accende.

Io li chiamo i tempi vivi e invece di mettere il broncio alla fermata del tram che non arriva, sorrido piacevolmente, pronta per il tete à tete con la mia mente.

Chi affronta, chi lascia, chi sogna.

Ci sono quelli che durante un viaggio in auto,buttano sempre gli occhi fuori dal finestrino che hanno al proprio fianco. Vedono scorrere il paesaggio, di fretta, senza avere una chiara immagine presente,ne una futura. Lasciano che sia l’inerzia della macchina a trasportare il loro sguardo in avanti. C’è chi, invece, guarda la strada dritta in faccia, dalla grande finestra posta a fronte del guidatore, preparandosi a ció che verrà e affrontando di petto strade e auto che vi compaiono. C’è chi preferisce abbandonarsi al sonno e regalarsi lo stupore di riaprire gli occhi in un mondo nuovo, anche a prezzo di perdersi il viaggio. E poi c’è chi non guarda. Chi fissa, ma non vede. Chi una strada è un cassetto, un albero un muretto. C’è chi affronta, chi lascia e chi sogna.
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